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"Qualcosa era successo e altri racconti" di Dino Buzzati****

Indovinate cosa ho cominciato a fare?
No... non indovinate.
Ho cominciato a riordinare la stanza del PC, quella dove ci sono i libri. C'è posta non aperta vecchia di tre o quattro mesi, ci sono biglietti di cose da fare che oramai non hanno più nemmeno significato. Ci sono cartacce, bestie morte, polvere del secondo millennio e cose che non servono o non servivano.
Ma io ho cominciato dai libri.
Intanto li sposto.
Sono tanti.
Non saprei quanti.
Ma spostarli prima o poi si deve. Magari butto qualcosa, portandolo al Banco libro. Magari recupero qualcosa che credevo per sempre prestato. O smarrito. O che non ricordavo di avere.

E mentre lo faccio vi parlo di questo libro di Buzzati.
No, tranquilli... sono i soliti tre racconti saccheggiati dai suoi 60.
Sessanta racconti che, a dire il vero, io non ho letto.
Li avevo, quando lavoravo nel posto vecchio, e credo di averli letti quasi tutti. Sicuramente i più celebri. Vuoi nella boutique del mistero, vuoi negli altri saccheggi.
Ma è capitato che ero al bar e c'erano dei libri.
Dei libri che erano lì per chi li volesse leggere.
C'era scritto che poi dovevano essere liberati.
Dopo avermi letto liberatemi, c'era scritto.
E io ci ho aggiunto con la penna "col cazzo!"
E sapete perché? Perché questo era uno dei numeri della nuova stagione (sì, lo so che non sono telefilm) del Sole 24 ore che mi mancava. E me lo tengo.
Me ne fotto che posso considerarmi ladro.
Poi tra l'altro è Buzzati, echecaz, me lo tengo.
Ma torno a mettere via libri....

Ecco... cazzo. Sono troppi. Non ce la farò in due ore.
Anche perché devo andare a more, a correre, e a sistemare due raccontini piccoli, perché voglio finire un libro. Sì. Ma ci si deve provare.
Vi parlo di questi tre racconti, intanto.
Sono perfetti. Sappiatelo.
Sono diversi, ma accomunati da una caratteristica: vi faranno stare male. 
Per motivi diversi, ma vi faranno stare malissimo.
Allora... Vi dico i tre pezzi. Due li conoscevo, il terzo no.

Quello del titolo, Qualcosa era successo, che potete leggere in giro per lo web è uno tra i più celebri. Un racconto simbolico, che usa il treno, un treno che non si ferma, che non si può fermare, e che taglia l'Italia, e che porta lontano dal posto dove tutti stanno scappando.
Un racconto che può voler dire tutto, che può avere millanta interpretazioni.
E io so di averle lette, all'epoca, ma ora non mi va di ricercarle.
Pensatela come vi pare. Nella vita sono tanti i treni su cui saliamo e che ci portano in una direzione dalla qualle tutti fuggono. C'è il nero, il baratro, la morte, la noia, il non esistere, in quella direzione.
Ma noi siamo sul treno. Guardiamo tutti intorno che si affannano ma nulla facciamo per.
E cosa potremmo fare poi?
Se tutti scappano, allora vuol dire che dobbiamo scappare no?
O siamo noi che ci facciamo le paranoie? Ecco... è un racconto sulla paranoia.
Tutti si comportano in un certo modo e noi ragioniamo di conseguenza.
Il racconto è del 1954, per altro, quindi non è che ci si può cercare grandi appigli storici intorno che lo spieghino. E' un racconto bello, e basta. Con la solita bravura di Dino che non mette né una parola in più, né una in meno. Essendo però il più esistenzialista dei tre, è anche quello che ho preferito meno, pur piacendomi. Questo poi me lo ricordavo bene.

E niente... è un lavoraccio.
Mi sto ascoltando, poi, il primo disco dei Red Hot... quello col loro nome, del 1984, e boh... non lo conoscevo nemmeno, confesso. E non è mica brutto... grezzo, ma sincero.
Ma era di Buzzati, che parlavamo... e del secondo racconto.
Ecco, l'Uccisione del drago vi strappa il cuore. Se siete sensibili alle violenze sugli animali, lasciatelo stare. Vi ammazza dentro. Il racconto è proprio tragico, perché tragici sono i fatti narrati, e c'è questo rimanere in bilico tra fiaba e storia vera che proprio è straniante.
C'è un drago, e una allegra combriccola parte per vedere dove sta e ammazzarlo.
E niente, lo trova, è vecchio, è brutto, inutile, non oppone resistenza, e soprattutto, non muore mai.
Alla peggio è velenoso, ma... chissenefrega. We are humans...
Ecco. Gli umani, che brutti animali che sono. Ma poi, anche questo è un racconto simbolico. Si usa l'animale per difendere la diversità e la rarità. Metteteci una razza, una lingua, un oggetto, un luogo... metteteci cosa volete al posto del drago. Ecco la terribilità dell'homo che distrugge, invece di preservare.
Che poi, Dino Buzzati era molto attento a ambiente e animali, basta vedere il segreto del bosco, per dire, ed penso che il racconto sia meno simbolico di quanto sembri.

Terzo, per me era bellissimo. Ma angosciantissimo.
Ma per qualcuno potrebbe non esserlo. Me ne rendo conto.
Io ho timore della perdita della libertà. Ho timore dell'oscurantismo, dell'ignoranza, della folla che perde la testa, dei pazzi finti di rabbia. E ora è la loro epoca. I social li hanno liberati, accresciuti, incattiviti e scatenati. Gentismo e populismo e razzismo e altre cose in ismo armati dall'ignoranza. E il confine con la cattiveria è labile, a volte non c'è proprio. Ed ecco che questo racconto, anni '50, sembra volerci raccontare cose di adesso.
Non aspettavano altro.
Non leggo tutto, ma voi potete, questa disamina del racconto,
Io vi dico che è uno specchio della misera natura umana pronta a scatenare la rabbia e soprattutto a ricercare motivi per la rabbia, o per l'indignazione che si scatena in rabbia.
Insomma... questo racconto sembra raccontare fb sessant'anni prima.
Ci sono due viaggiatori, in treno, arrivano, città sconosciuta, viaggio di merda, caldissimo. Alberghi tutti pieni. Eppure sembrano vuoti, ma gli dicono no qui, no lì ecc. Lo straniero non lo vogliamo. Eppure sono due persone ammodo... boh, allora escono, almeno un bagno, dicono, ma andate ai bagni pubblici. E niente, coda infinita. La fanno, e poi alla fine restano fregati pure lì, li trattano di merda. E via... almeno un po' di refrigerio nel parco, una fontana. Ma niente, loro no. Siete estranei, uscite, la fontana è per bambini. Voi no. Se non ve ne andate.... dovete morire. Dalli dalli allo straniero. In un crescendo di irrazionalità e folla che diventa torturatore medievale e si aizza da sola. Ecco.
Con una bella fakenews in mezzo: la signora voleva nuocere al mio bambino. Uccidiamola.
Insomma... è un racconto a suo modo spaventoso. Di quelli che ti fanno venire voglia di entrare dentro la storia e uccidere tutti. Dimostrandone la verità e che la verità è anche la nostra, che leggiamo, che non siamo migliori di quelli lì, tra le righe.


E io la chiudo qua, che è tardi e vado a fare una corsa. E boh... stasera la prendo con calma, che ogni tanto bisogna. Ah... vi posso dire, così, per dire qualcosa, che è uscito in EP dei NIN, e che c'è anche roba nuova degli Arcade, ma non sono in vena di entrambi.

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"La giornata di uno scrutatore" di Italo Calvino****

Oggi fa caldo. Caldissimo.
Così caldo che addirittura uno potrebbe pensare che StudioAperto abbia un senso.
Ed è domenica. 
E io sono a casa.
Che io poi, nel caldo sto bene, soprattutto se sto casa senza rotture di coioni.
E oggi mi va bene così. 
Perché cerco di fare una cosa al giorno. Piccole cose. Grandi cose a pezzi. 
In realtà il pomeriggio se n'è quasi andato.
Ho dormito un'oretta come è d'obbligo dopo che cerchi di guardare un GP di formula uno.
Dal terzo giro in poi, mi sembra sia la regola.
E adesso sto ascoltando-guardando il concerto di Monza dei Radiohead.
Niente concerti io, quest'anno. Sono povero. Molto povero e per certi versi la cosa è affascinante.
Stare lì a contare gli euro per vedere se t'avanza dopo il fisco da pagare la rata dell'auto e rinunciare a fare cose. Mi piace, lo ammetto. Anche se mi sento in colpa. 
Di non poter fare regali, aiutare i miei... robe così. Ma del resto io vivo sentendomi in colpa. 
Ma come la targa dell'auto nuova (e di quella vecchia) dico FK, e fuck sia.
Comunque questo gruppo, questa musica, sono e saranno sempre dentro di me e fatti di me. Di me e immagino anche dentro di qualcuno di voi, là fuori.
La grandezza di questi qua è grande. Una grande grandezza. 
E come, un'altra grande grandezza è stato Italo Calvino.
Mettete pure agli atti che nel mio pantheon personale ci sono i Radiohead, Buzzati e Calvino.

Vi scriverò il post a pezzi. Mentre faccio i cazzi miei.
Non è che mi interessa sapere se vi interessano i cazzi miei, ovviamente. Quelli sono cazzi vostri.
Vi dico che ora vado a finire di farmi la barba, ora che ho cominciato.
E sto ascoltando il concerto al minuto un'ora e 09. Una tra le mie canzoni preferite. Non ha reso benissimo nella prima metà, qua a Monza, ma poi... cazzo... che mostruosità d'anima.
Sono cose che ti fanno ricordare cosa sei, se sei qualcosa. 
Cose belle.
Mentre vado a farmi la barba masterizzo un cd di Gazzè.
L'ultimo. Perché devo andarci a quel concerto. 
E ci metto pure Fabi, dietro. Che è un bellissimo disco anche quello.

Ah, sto ascoltando Last exit (for a film). 
All'epoca io pensavo che fosse una delle canzoni più belle del mondo.
A distanza di vent'anni, posso dirvi che lo è.
Lo è e lo sarà per ancor molto mondo a venire.
Ma non è tanto di radioheddi che volevo parlarvi, ma del libro... anzi, racconto.
Eh sì, perché questo Calvino, benché lungo e non breve, è un racconto
Sono 77 pagine di racconto. più una mini nota di Italo, che dice perché lo ha scritto e in quanto tempo. Quindi se non l'avete letto, e vi va dire che leggete Calvino, ecco, questo è il calvinismo che fa per voi. Breve e intenso, che vi offre spunti di cultura, di conoscenza, di riflessione.
Anche roba che potete spendervi all'apericena, volendo.
Detto questo, la barba, cioè, metà faccia, l'ho fatta, laviamo un po' l'auto va. Mentre ripenso al libro e ascolto No suprises. 

Bene, macchina risciacquata, per andare a sostenere le biasimazioni della sister. E vedo e sento, a fine concerto, che hanno fatto creep. La fanno spesso, ora, dopo decenni di oblio. E sembra avere fatto pace con la canzone e col proprio passato, Thom, e la canzone è la mia prima canzone. Io trovavo ci fosse, in quella sghitarr devastante di media res, un mondo nuovo, e ricordo che l'ascoltavo solo io -  o almeno così mi pareva -  la chiesi via lettere di carta, a radio 105, ero alla superiori, tipo boh, in terza, e mi dissero che boh, non lo sapevano che canzone fosse, l'avrebbero cercata. La passavano a zz radio o come cazzo si chiamava la radio americana che si sentiva qua un tempo perché la sentissero i militari di aviano, 1060 FM, stava. Non si pigliava sempre bene, e io d'inglese capivuncaz come adesso e facevo fatica a capire i titoli. Ma questa l'avevano passato e avevo capito e la chiesi, perché poi era l'unico modo di risentirla. Non c'erano i dischi da comprare, non conoscevo negozi alternativi, non c'era internet. E insomma, niente. Penso che ho una storia così per ogni canzone dei radiohead o quasi.

Ma eravamo qui per parlare di Calvino. 
Una domanda... Vi hanno mai minacciato, da piccoli, quando facevate le boccacce (io sono particolarmente bravo a) di mandarvi al Cot(t)olengo? Ecco... per me era normale. Il manicomio e il cotolengo erano un'accoppiata mitica della mia bambinezza. Luoghi che esistevano ma non esistevano, perché erano immaginati. 
La prima cosa che scoprite, leggendo questa giornata di uno scrutatore, che non fa altro che raccontare esattamente cosa dice il suo titolo, ecco, scoprite che Cottolengo si scrive con due t, che non è un nome di luogo ma un cognome di persona e che, in quanto tale, ha poi creato il luogo.
Invece lui, il buon Giuseppe Benedetto Cottolengo, è esistito e ha creato una sorta di luogo, a Torino, ricettacolo di malati, scherzi della natura, persone con problemi e persone a cui farli venire. 
Un qualcosa che potrebbe essere bello, nell'anima, perché la carità è una cosa bella, che fa da collante al mondo migliore, ma che poi, nella realizzazione, potrebbe prendere brutte pieghe.

E una piega brutta ce la racconta Italo, che lo scrutatore lo ha fatto veramente, in uno di questi seggi, e che comunista lo è stato veramente, nel periodo in cui nelle decine (si, decine, avete capito bene) di seggi interni al Cottolengo -  una città nella città -  si raccoglievano voti per chi si è appropriato della carità come se fosse sua e non universale. La carità cristiana, o meglio, della Democrazia Cristiana.
Voti.
Voti estorti, rubati, guidati, incanalati. 
Una democrazia che si scontra con il senso intimo di sé, che ci interroga sulla sua vera necessità.
Siamo nel 1963. 
Calvino lo ha visitato dieci anni prima, il Cottolengo, ma è stata esperienza devastante ed era impossibile scriverne. Ci dice che ha faticato parecchio per scrivere questo libro e in certe pagine, verso la fine, quando si cerca di far votare chi non ha più ragione, mente, corpo e forse nemmeno vita, lo si capisce benissimo.

Adesso mollatemi che vado a portare la spesa casa di là e poi torno va.
Fatto.
Ora dovrei sistemare gli ipod, che cazz... ogni volta mi elimina la libreria. vabbè... apple, per certi versi, è proprio nammerda.
Ma dove eravamo rimasti? Al libro. Beh... alla fine, quello che ve lo dovevo dire, ve l'ho detto.
Si racconto di uno scrutatore che durante la sua giornata, più con la sua indolenza, con l'accettazione media del tutto, che con le parole, fa da specchio a una situazione. Dice Calvino che è tutto piuttosto vero tranne la visita di un onorevole che viene a vedere come butta il suo serbatoio di voti. Le suore scodinzolano, i medici pure, il matto dà di matto e chiaramente non viene cagato. Ecco... dice e non dice, Italo, che 'sta cosa l'ha aggiunta lui. O meglio... l'ha messa lui così com'è perché si capisce che la cosa c'era, e non è che la potevi dire tutta tutta. 
Poi, il senso del libro è di indagine interiore, non di critica politica. 
Vi farà anche tanta tenerezza, in certi frangenti, e rabbia in altri.
Ma è un bel lavoro, piccolo, ma rotondo, con il suo senso, e una sua anima ben precisa. 
Forse non tra i Calvini più famosi, come quelli della trilogia, non tra i più complessi e ricercati. 
Ma un racconto che ha dalla sua la semplicità ripiena di pienezza, che dice cose solo se le volete sentire, sennò vi racconta solo una storia, e quindi sappiatelo, se vi va di leggere una cosa breve, voi che come me tempo non ne avete.

Basta così.
Potrei dirvi che oggi nel campo ho trovato un paio di tenaglie che probabilmente erano di mio nonno. Uscite dall'aratura dove un tempo c'era vite. Mi ci sono pure tagliato, ma non mi verrà il tetano. E c'è della favola in tutto ciò, Ma non ve lo dirò, magari vi ci metto la foto qui sotto, se ho tempo. 
Ma dopo, che ora ho da andare dalla sister.


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"Un amore" di Dino Buzzati****(*)

Ecco.
Aggiorno il blog.
E' il due luglio. Succedono cose a luglio ma non ricordo quali.
E adesso ero entrato in loop, coi soliti deboli propositi suicidi che presto si fanno pigrizia.
E' faticoso uccidersi. E anche uccidere restando impuniti. Quindi è meglio che aggiorno il blog.
Non lo aggiorno da mesi. Delle cose le ho lette. Una soprattutto, questa.
Ma non è per quello che non lo aggiorno.
Ho scritto. E finito di scrivere un libro intero, ma per ora lo dimenticherò.
Vediamo di mettere dei punti fermi.
E' domenica. Una bellissima domenica di sole che sto sputtanando.
Amen... Da domani lavoro ogni giorno anche se le scuole sono finite e dovevo fare ferie.
Almeno aver un giorno libero... invece mai. 
Devo e dovrei fare delle cose. Delle cose da fare.
Tipo fare tutti i documenti di autotutela per un bollo auto che non dovevo pagare ma vogliono che paghi, con soldi che non ho. E mi chiedo e dico che devo, ma in realtà sono guerre che sono stanco di combattere. La storia poi è sempre quella. Essere poveri. 
Ci sono i più poveri, ovvio, e io sono povero solo perché ho capricciosamente cambiato l'auto.
Che poi, alla fine, è la cosa che uso di più nella vita, quindi che almeno quella sia bella. Ci sta.
Però essere povero vuol dire che non posso comprarmi gli occhiali, il dentista, vestiti nuovi, birre qb ecc. E soprattutto qualcuno che combatta per me le guerre contro lo Stato. 
Comincio a capire i terroristi. Davvero. Se mi date soldi e impunità uccido. Ma chi voglio io.
Ma parliamo di puttane.
Perché questo libro è di puttane che parla.
Puttane di un tempo, quelle che lavorano in casa, tollerate, milanesi, perbene.
Le puttane che non sono puttane. Che non si dice. Un libro per certi versi datato, che racconta dei tempi in cui non c'era stata, sul mercato, l'invasione nigeriana, l'invasione dell'est, l'invasione cinese. 
E c'era della tolleranza, meno stereotipi. 
Tolleranza sgradevole, sgradevolissima, ma molto, molto più dignitosa del moralismo falso attuale. 

Il mondo è brutto. Sappiatelo.
Domenica ho bevuto un aperitivo in un bicchiere di plastica. Perché per una manifestazione per nerd da venti persone bisognava fare l'ordinanza... vietare vietare vietare
Ho contato dieci autovelox in 3-4 km. Multare, vietare, multare...
Continuo a vedere commenti contro i profughi, di antivaccinisti, di sciachimisti, di terrapiattisti, di gente che uccidere le persone non gli animali.... roba così.
Io non penso siano salvabili. Io penso debbano morire. Sappiatelo.
E un po' di questa bruttezza del mondo attuale, un po' soltanto, è forse nata da lontano. Non l'ha portata internet, non i nuovi media, non i social. La bruttezza è dentro di noi.

Come la bruttezza sparata fuori dalle parole della puttana che chiudono questo libro e che ribaltano tutto. Ci mettono di fronte alla nostra pochezza, alla nostra miseria, alla nostra ridicola falsa moralità. Alla meschinità. Siamo così, piccoli, egoisti, meschini. Miseri. Anche e soprattutto in amore.
Buzzati è un dio, e un dio può metterti di fronte a questa realtà.
"Un amore" è la storia di Laide. Laide è una ragazzina. Una prostituta. Ma anche ballerina alla scala, dice lei. Ma forse lei dice un sacco di palle. Ma tante. Tutto. Tutto ciò che dice forse è una palla. Eppure non sembra. No, anzi, non lo è. Antonio Dorigo, il borghese, borghesissimo, ma davvero borghesissimissimo Dorigo, che per abitudine, ogni tanto, passa a trovare la signora Ermelina, per una ragazza. Perché è normale. E' giusto. E lui è gentile, rispettoso, paga. 
Insomma... un cliente coi fiocchi, il Dorigo.
Ma poi gli viene presentata la Laide.
E il Dorigo perde la testa. Non subito. Ma in fretta.
E sragiona. Sragiona come tutti gli innamorati. Come tutti i vecchi che si innamorano di una ragazzina. E poco cambia, all'inizio, sia una prostituta. E pure stronza, a vederla. Molto stronza. Stronzissima. Però è anche una bambina, dentro. 
Ma Dorigo... il povero Antonio è innamorato cotto. E fa lo zerbino. E quanta pena proviamo, da fuori, per chi fa lo zerbino? Per questo cinquantenne che sputtana lo stipendio per una troietta di vente, manco tettona, che manco lo fa godere più di troppo, e lui niente, imperterrito, col sole e colla pioggia a farsi mettere la scopa là e ramazzare dov'essa cammina.
Ecco.

Ma non è così. 
E non fatevi ingannare dalle mie parole triviali, ché oggi ho la giornata storta e non potete pretendere. Questo libro di Buzzati è di una tenerezza e di un "ammodo" enormi. Mai volgarità, ma gratuita oscenità, ma nemmeno si evita, o si edulcora. La verità è che c'è un modo bello per dire cose che paiono (o siamo abituati a pensare) brutte e Dino Buzzati lo ha trovato. Non si potrebbe riscrivere diversamente, un libro come Un amore. 
Il tema, poi, fa pensare che non se ne parli molto, di questo lavoro di Buzzati. Anche perché, a essere superficiali, pare quasi che inizialmente, quel modo normale di trattare la prostituzione, la normalizzi. Ma non è così. Qui, si mettono a confronto due mondi, due entità, e se ne mostrano difetti e meschinità. Forse, e dico forse, arrivati alla fine e compreso dove si voleva arrivare, si riuscirebbe a dire che si è stati anche troppo indulgenti, con Laide, ma è una questione di opinioni.

Resta che questi due personaggi, Laide e Dorigo, vi restano dentro. E ve li ricorderete a lungo. E Laide, lei soprattutto, lei che è già un personaggio con il nome, io trovo che sia tra le cose migliori di Buzzati che ho letto come costruzione del personaggio.
Poi, che vi devo dire.
Tante cose.
E oknotokay, che mi fa capire tante cose che all'epoca capivo senza capire.
E poi?

Altre cose sul libro di Buzzati, magari, che io ho letto in una vecchierrima edizione della Mondadori, con il suo quadro in copertina. Il libro è del 1959, e ci vede una finestra sui Sessanta che verranno, in molte cose che fa la laide. (le auto veloci che arriveranno, per esempio, e il suo denigrare la macchinetta di Dorigo, che vuoi mettere una spider...)
C'è un film, del 1965, anche. E vi metto qui sotto due immagini della Laide del film.
Ho trovato un bell'approfondimento sul libro, con dentro quadri e cose. Non l'ho letto. Forse lo leggerò.
Poi, se vi interessa scoprire cose sul libro, che viene da un amore di Buzzati reale, per una giovane, vi potete leggere questa intervista alla vedova buzzati. Purtroppo è su Oggi, ed è poco credibile, ma sembra piuttosto semplice e vera. 

Ora basta.
Ho letto un libro bellissimo, ho pensato quando ho finito, ormai un mese fa, questo "Un amore". Lo penso ancora oggi. E fino alle ultime pagine pensavo solo fosse un libro bello. Ma il finale è decisamente prevedibilissimo eppur spiazzante, 
Cosa chiedere di più?

Adesso vado a vedere la partenza del MotoGP. 
Poi deciderò cosa fare di me. Ma intanto, ciao. Sono tornato.






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"La pista di Campagna" di Massimo Carlotto**

Mezzora. Mezzora poi mi ficco sotto la doccia e vado a lavorare. 
Oggi meno cose, di lavoro normale, ma che poi, mi rendo conto, i giorni in cui ho meno cose di lavoro normale sono quelli dove alla fine sono molto più stanco.
Perché?
Ho capito che per quelli come me, per quelli pieni di cose fuori dalla porta, da fare, la vita è così.
Quando dal lavoro ti dicono: oh, hai visto, hai un pomeriggio libero questa settimana...
Ecco, loro pensano: di cosa ti lamenti, cosa ci vieni a dire che sei stanco, noi abbiamo lavorato di più... tu avevi UN POMERIGGIO LIBERO, bioparco.
Ma per quelli come me, il pomeriggio libero significa: 
scrivere, perché ricominciato, sì, in friulano, e lo voglio finire questo quinto libro.
leggere, perché sì, non ho tempo, se leggo è per scrivere, ma ho Calvino, qui sul tavolo, vicino ai giornali vecchi con articoli che devo leggere, ho Bellina, là nell'altra casa, vicino alle memorie di Casanova, e li leggerò. (Calvino e Bellina, non Casanova).
E poi ho da illustrare i racconti del Checo
Ho da finire di dipingere le porte di casa
Ho da pulire tutte le stanze di casa,
ho da comprare una lavatrice
Cambiare auto
Comprare una lavatrice
Andare dal dentologo
Fare spesa
Andare a raccogliere i fiori di sambuco per fare altro sciroppo
Fare lo sciroppo
Seminare menta e basilico che siam fuori tempo massimo
Prendere del sole
Fare giri in bici
Andare a prendere e legger libri per bambini
Andare a Roma da Gloria se è viva
Andare a Treviso da Elisa se è viva
Portare la mia vecchia a passeggiare e vedere delle visite che deve fare
Andare a trovare altre settordici persona prima che non esistano più
Vendere tipo ottordici cose su subito punto it
Leggere il libro di Gianfranco ed editarlo
Convincere Pablo a finire la tesi
O andarlo a trovare in Repubblica Ceca
Prendere i biglietti per due tre concerti che dovevo e che oramai non ci saranno più
Andare al fiume a prendere i sassi per le tartarughe
E poi fare la loro casa, delle tartarughe, dico, non dei sassi...
Serve che continui?
Io ho una lista di queste cose o cose come queste che conta altre decine e decine di voci.
E quando mi dicono hai un pomeriggio libero ecco, è come aprire la porta e queste cose, tutte insieme, cercano di entrare.
E alla fine finisce che non ne faccio nessuna. Oppure, e sono i casi migliori, che ne faccio una, magari una che mi va, ma la faccio col senso di colpa di tutte le altre che presto, appena il pomeriggio libero è finito, dovrò mettere alla porta.
E spesso quella che faccio è una nuova, non una di quelle in lista.
Non c'è uguaglianza nelle cose da fare alla mia porta.
Ecco... se penso a tutto questo, penso alle parole della mail di Paola e al fatto che non si dovrebbe lavorare, si lavora troppo, non si può pensare, almeno per quelli fatti come me, di usare 8-10-12 ore della propria giornata, ovvero tutte, nelle giornate di altri, per il lavoro. 
E le cose fuori dalla porta?

Ecco... tutto questo per dire che la cosa fuori dalla porta che sto facendo entrare oggi, che comincio a lavorare alle dieci e tra 15 minuti devo andare a lavarmi, è questa recensione, queste righe di un libercolo che ho letto oramai un mese fa, prima di ricominciare a scrivere.
La faccia perché Pecorella mi ha rotto il cazzo, dice che mi legge ancora, e io sono felice. 
Anche altri ogni tanto mi dicono "Oh, ma il blog... "
In realtà non faccio fatica a non aggiornarlo, ma nemmeno ad aggiornarlo.
Mi rendo conto infatti che potrei scrivervi per ore, prima di cominciare a parlarvi di questo "La pista di Campagna" di Massimo Carlotto. 
A parte che il calembour del titolo mi sta sulle palle... ma vabbè, lo dovevo dire.
No... non mi è piaciuto.
E' uno dei libri del Sole 24 ore. La seconda serie. Anche questa interrottasi come la prima, di botto.
Ma io li ho comprati, anche se mi mancano i primi, alcuni. 
E ho intenzione di leggerli.
Sapete perché?
Perché io molti autori non li conosco, e leggendone un racconto, un po' li conosco.
La librogonia del mondo è infinita, ma noi conosciamo solo alcune stelle. 
E allora ti capita di trovare altri, che conoscono altre stelle, e si sconvolgono quando dici "No, non ho mai letto niente di Carlotto"
Eh!?!?! Uh?!?!! OH!?
Eh...
Ma non puoi.
Sì che posso. Soprattutto ora che una cosa l'ho letta, e non mi è piaciuta tanto.
E' un racconto breve fatto lungo.
Ho visto che è uscito per einaudi in 62 pagine... 62 cazzo di pagine. Scherziamo?
Qui ce ne sono 75 e tipo è un Times new roman 16... 
Quindi è un racconto breve. (qui le prime pagine, se vi va)
Il commissario è Campagna, quello del titolo e del calembour scontato.
Una vicenda di droga, di droga a padova, di droga che la prendono i metalmeccanici, gli operai, chi lavora in fabbrica. Non gli sbandati. Tutti, a sentire Carlotto.
Dopo il loro lavoro, la giornata in fabbrica, ecco... cosa ti resta nella vita?
Come fai ad andare avanti... E niente. Ti droghi.
Sarà anche vero, ma mi ha irritato fortemente. La generalizzazione mi è sembrata poco credibile, ma tenete presente che io sono uno che ha le cose fuori dalla porta, che capita che mi addormenti alle 3 alle 4 e dorma due tre ore, per fare le cose che sono non lavoro. Mi drogherei, sì, se avessi soldi, ma non certo per deprimermi. Solo per fare cose, non dormire mai.
E quindi no, la trama non mi ha fatto impazzire, anche se riconosco il pregio di aver creato una situazione incasinatissima da cui Campagna esce.
Però è tutto un luogo comune, un già visto... L'ispettore che non segue le regole, con l'animo integerrimo che sa bene che i pesci piccoli non c'entrano ma sono i grossi...
la corruzione...
il ricco delinquente...
il delinquente russo violento uccido tutti crudelmente
cose viste e straviste...
E niente... non mi veniva voglia di leggerne un altro. Mi sono immaginato che questo sia un racconto minore. Una roba che Carlotto aveva nei cassetti, che gli hanno rotto i coioni per pubblicare qualcosa, che abbia detto Oh, non ho coioni, prendetevi questo. Non so... non penso che sia così, perché allora non credo che leggerei altro. 
Ma va detto che non vado pazzo per le storie noir all'italiana di questo stampo, con gli ispettori non ortodossi che risolvono casi in modo poco ortodosso. 
E quindi sono le 9 e 10 sono in ritardo di dieci minuti. 
Alzo il volume e vado.
E vi dico cose... vediamo cosa...

Ah, è uscito Liam. Ah me Liam sta simpatico. Non so... credo sia stronzo e senza talento, ma è simpatico, e mi piace pure la canzone.
Ah, tra i concerti che vorrei, c'è quello di Benjamine, è uscito il video nuovo, mi pare, l'altro ieri.
E niente... parla di Aleppo. Guardatelo. Ascoltatelo. Merita.
Ah, non mi passa che è morto Chris, non mi passa il come, e ho istinti suicidi piacevolmente forti, quindi nel caso, non rompetemi i coioni, che son contento così.


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"Un borghese piccolo piccolo" di Vincenzo Cerami****

E' sabato, ma ci sono le partite ed è come fosse una domenica.
Ascolto or ora il nuovo Kendrick, ho una gatta che continua a rotolarsi sulla tastiera mentre scrivo e pure si infastidisce se muovo le dita. Ho 4 tartarughe nuove, una più grossa dell'altro e gli ho messo la cuccia del cane, ché tanto il cane non la usa.
Ho anche 4 nuove galline, le uova di pasqua per i colleghi di lavoro sono venute belle e io ci ho guadagnato 4 haiku in friulano, quasi tutti belli.
Ho scoperto che ci sono in giro sempre più coioni che credono ai complotti e sono sempre più propenso a pensare che non siano recuperabili e se inventassero un virus che li toglie di mezzo potrebbe non essere un'idea cattiva.
Detto questo, rimettiamo a posto un libro letto oramai un mese fa e passa.
Vi ricordate che avevo sbagliato? Avevo cominciato un libro di Gianni Celati convinto che fosse di Vincenzo Cerami ed era comunque bello. Beh, ecco, poi il libro di Cerami ce lo avevo, e l'ho letto subito dopo. Era uno di quelli della collana del Corriere della sera ed è un libro che non è tra gli ultimi arrivati se scandissimo le posizioni di rincalzo della classifica dei libri per sembrare fighi.
"Un borghese piccolo piccolo" io l'ho sentito usare, come termine, e ora che l'ho letto posso anche dirvi che forse è fuorviante, il suo utilizzo. O per lo meno lo è nella seconda parte di libro, quando più che di difetti della piccola borghesia si parla quasi - per enorme metafora - della sua decadenza.

Andiamo per ordine.
La prima cosa che vi dico è che è un bel libro, questo. Ma proprio bello. Un libro denso, pieno di cose, di fatti, di personaggi, di pensieri. 
Ho sempre avuto l'idea che un libro non debba essere lungo, per contenere cose, e i romanzi meravigliosi, per i miei tempi di lettura, sono proprio tra le 200 e 300 pagine, ma bastano un po' meno per mettere in piedi un gioiellino.
Ecco, questo ne ha 140 e pure scritte in grande, e lo è, un gioiellino. Almeno secondo me.
Cerami lo avevo già letto con i suoi racconti, e mi era piaciuto molto molto, e inoltre è quello che scrive libri per imparare a scrivere, e insomma, non è l'ultimo arrivato.

Il libro forse è famoso per il film di Sordi, regia di Monicelli, ma io i film di Sordi non li conosco, e quindi so dirvi solo del libro. 
Di che parla? 
Di Giuseppe. Giuseppe funzionario delle pensioni, che sul tavolo ha la sua pensione, pure, che presto sarà. Ma Giovanni ha un figlio, unico, che deve sistemare, e farlo uscire dalla sua piccola borghesia, per entrare dove conta, ma c'è un concorso, da fare, e per vincerlo bisognare essere raccomandati, e per la raccomandazione... c'è la massoneria!
E' la parte più ironica e spassosa del libro: Giovanni entra in questa cosa che è a metà tra la farsa e il circolo di uomini che giocano a raccontarsela. Un piccolo teatrino ridicolo, surreale, a tratti, che vi farà ridere e ridere amaro, anche. Sono persone piccole, ti arriva come una freccia l'aggettivo del titolo. Persone piccole che danno importanza enorme a cose piccole: alla carriera, al posto, al prestigio, a essere un po' più in alto di qualcun altro, ai piccoli privilegi. 
Il dottor Spaziani che ti dà del tu è un onore che Giovanni percepirà come tale per tutta la vita.

Giovanni, Amalia e il figlio Mario sono una famigliola medio borghese dei '70 e rappresentano quell'italietta media, infima, sfigata, se vogliamo, eppure tanto, tanto vera. Una critica feroce all'italianità, a una certa italianità, del cittadino borghese che ha perso di vista valori spirituali e morali ma non la bontà d'animo, quella gli è rimasta, solo che la dedica agli obiettivi, appunto, piccoli piccoli. 
La sfiga, tra l'altro, la fa da protagonista, ma è vera sfiga? Non lo so. 
Alla fine, non ne esce bene questo Giovanni Vitali, impiegato del Ministero, giustizialista


E allora ecco tutta la famigliola a dedicarsi a questo concorso pubblico, per passare lo scritto e godere della raccomandazione.
Poi... 
Poi il libro cambia. Succede qualcosa, succede che tutto finisce.
Non vi sto a dire molto, ma è il colore nero ad avvolgere le pagine. E' il nero che domina. Un nero amaro, di una sfortuna che sembra accanirsi contro Giovanni, contro la sua famiglia, e lui risponde in un modo che non sospetteresti mai, dopo la prima metà di libro. E non puoi nemmeno dire che sia una pecora che diventa lupo... no... è una pecora con le unghie, ma sempre pecora rimane, questo Giovanni. E alla fine, infatti, tutto ritorna all'origine, alla vita di sempre, nonostante siano passati gli uragani in mezzo.

Ci rimani di sasso, da quel che succede. Ci rimani di sasso e non capisci subito come possa virare, il libro, in una direzione così diversa dall'ironia dell'inizio. Eppure è riuscitissimo. Io per lo meno l'ho trovato tale. La prosa di Cerami è semplice, scorrevole, diciamo pure lessicalmente borghese. Che sembra volersi dare delle arie, quasi quanto i personaggi coinvolti. Insomma...
Io la chiudo qua, perché direi che vi ho detto abbastanza. 

La copertina non ve la trovo, e quindi non la scanno e vi tenete quella con il loghetto di subito.
E non so, cosa volete che vi lasci?
Il video nuovo dei Gorillaz l'avete visto no?
Il disco nuovo di Jamiroquaglia? Ascoltatevi questa e ballate per tutto il giorno!




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"Costumi degli italiani" di Gianni Celati****

Breve. Brevissimo.
Perché ho poco più di venti minuti prima di andare. Perché ho un cinese all'uscio, e devo preparare le cose della pesca, e cercare di capire come mettere le sveglie perché non suonino un'ora dopo e alla fine tanto so che starò sveglio per vedere.
E poi perché è un libro piccolo, di racconti piccoli, ma deliziosi.

Comunque una cosa simpatica è questa.
Siccome non leggo mai tento con questi libretti piccoli. E li scelgo a caso, siccome ne ho una vagonata ancora da leggere.
Celati l'avevo incontrato qui, mi pare, ma proprio non mi è sovvenuto il suo nome e l'ho bella mente confuso con Cerami. Vincenzo Cerami, che tanto mi era piaciuto.
E la cosa figa è che pure, iniziando a leggere, benché un dubbio di stile mi fosse venuto, ero perfettamente convinto che Cerami avesse padronanza galattica di diversi stili.
Probabilmente è così, ma dopo due tre pagine mi sono accorto che era Celati, che ha scritto abbastanza cose, tra l'altro, e se proprio non è un autore classico del Novecento, è uno che ha lasciato la sua impronta degna.

E insomma... andiamo al libro dai.
Il libro parla di Pucci. Pucci... un nome una storia. Un ragazzotto un po' ritardato, che vive nel suo mondo, che dà un senso totalizzante alla parola bighellonare, e che però non fa male a nessuno. Certo, di essere promosso non se ne parla, ma l'attenzione con cui è capace di guardare, che ne so, lo scorrere di una goccia sul vetro, ecco... lì è un grande.
Accanto a Pucci si costruisce un microcosmo di italianità della provincia povera di una città italiana di qualche decennio fa. Bordignoni, il compagno grezzo e caciarone che sarebbe mal sopportato da qualunque mamma, Scaglarini, quello più grande, che sa giocare a biliardo al bar come nessun altro. E poi la madre di Pucci... ah, la madre di Pucci con il suo notevole seno, che non ha nessuna intenzione di nascondere e che alla fine, cercando una raccomandazione per il suo Pucci, attirerà l'attenzione molto poco sacra di un molto religioso monsignore. E il padre, che insomma... povero padre di Pucci, rigido ma rassegnato... 
Ma poi c'è la Rossana, il cugino Osvaldo,.. ve l'ho detto, un microcosmo che gira, s'avvicina e s'allontana dalla famiglia Pedrali, quella di Pucci (che poi si chiama Aurelio) e che ci dà questo spaccato ironico ed ebbro di semplicità e ingenuità di una famiglia un po' così, dell'Italia che non conta.

Poi il tempo passa, si invecchia, pucci si fa grande e arriva la tristezza, nella storia. C'è come un senso di declino, di decadenza, nelle pagine, nella madre che oramai si è arresa a quel figlio scemo che a tratti diventa pure cattivo e irritabile. Da sorriso si passa alla melanconia, ma è giusto che ci si arrivi così, alla fine della storia di Pucci.

Che altro dire. Chiudiamola dai. Mi sono piaciuti questi racconti di Pucci, tra l'altro tratti da diverse pubblicazioni della Quodlibet (2008), e quello stile colloquiale, semplicissimo, a tratti volutamente ai limiti della corretta grammatica e sintassi, è bello e ti porta a correre, sulle righe.
Non ti lascia un gusto di dolcezza, questo no, ma quale bel libro te lo lascia, senza lasciarti la gnagnosità? E qui, di gnagnosità, non v'è traccia. Bravo il celati, che tra l'altro è bello vivo e vegeto e produttivo, mi sembra.

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"Opera sull'acqua e altre poesie" di Erri De Luca***

Lo sapete. Troppo lavoro, troppe birre, troppo mondo uguale leggere poco. E una strategia per leggere qualcosa, che è meglio di niente, potrebbe essere leggere poesie. 
In realtà non è vero. 
Per leggere poesie bisogna trovare più tempo. Perché se quando leggi narrativa ti basta il tempo di quel che leggi, per la poesia ti serve anche il tempo intorno e quello in mezzo.
Fatevene una ragione.
Io me la sono fatta.
E ho concluso, che per leggerle il modo migliore è il divano, il silenzio, zero cose da fare intorno, le gambe incrociate, il bicchiere di whiskey o gin tonic o caipi o black russian a seconda della stagione, in bilico sulla sedia. E leggerle a voce alta. E interrompersi tra una e l'altra. Per vedere cosa resta.

Provate anche solo con questa qua, che è scritta sulla copertina, che non è tra le migliori, ma è comunque bella.
Ecco...
ve la copio qua che va meglio

Chi ha steso braccia al largo
battendo le pinne dei piedi 
gli occhi assorti nel buio del respiro, 
chi si è immerso nel fondo di pupilla 
di una cernia intanata 
dimenticando l'aria, chi ha legato 
all'albero una tela e ha combinato 
la rotta e la deriva, chi ha remato 
in piedi a legni lunghi: questi sanno
che le acque hanno volti.
E sopra i volti affiorano 
burrasche, bonacce, correnti
e il salto dei pesci che sognano il volo.

Ecco. De Luca è uno pieno d'acqua, intorno e dentro, e le sue poesie, dopo tanta narrativa, non potevano essere che piene d'acqua,
Ah sì, perché è di questo libretto di Erri De Luca, della Einaudi, del 2002, credo, quindi vecchietto.
Vi dico subito che all'inizio non mi piacevano. Cè tutta una parte, la prima, che è bella, forse, ma non mi piace. Si ripercorre la bibbia, le gesta bibliche più celebri, con parole bellissime, ma a me, non so, non coinvolgevano. Stavo quasi per renderlo senza finirlo. (Già, perché non è mio, perché le poesie a volte si capiscono meglio assieme ad altri, anche senza parlarne) Poi la bibbia è finita, ci sono le altre poesie, arriva l'acqua. Arriva un De Luca bello. Quello che mi è piaciuto di più, quello dei pesci non chiudono gli occhi
E già che ne ho fotografata una, vi lascio anche quella, stavolta senza copincollarla.
Leggetevi anche questa, molto vicina invero a certi frangenti della sua narrativa.

Usa spesso, la prima persona, e spesso sembra quasi voler vincere facile, con frasi che paiono essere poco ricercate ma molto musicali, poco dente, ma molto efficaci.
In realtà, non credo sia così.
Sembra quasi che certi passaggi siano lì dopo averne vagliato altri, più complessi, lessicalmente più ricercati, ma meno immediati. Meno belli. 
E' il difetto che ritrovavo nella prima parte. Una bellezza fredda. Mentre poi, nelle poesie singole, non so, le ho preferite, e alcune erano proprio belle, anche se i riferimenti all'ebraismo e alla Bibbia non terminano.
Sto leggendo anche, a pezzi, Cappello, quello di questo libro. Uno che il poeta lo fa di professione e non potrebbe forse fare altro. Ecco. C'è proprio differenza di densità, con questo lavoro di De Luca, ma è proprio lui a dirlo, nell'intro.
Mette in guardia, allunga le mani per dire "Oh, io so fare altro, con le parole, questa non è casa mia, trattatemi come un ospite". 
E insomma... va benissimo così. Alla fine sono belle poesie, e io vado a cercarvi alcuni passaggi, solo per riscriverli e rileggerli, che a me sono piaciuti e che magari piacciono anche a voi.

da Tu
Una parola basta e mi strappi dei gridi,
mi toccherai, uscirà pronto il sangue, 
mi guarderai, sarò subito cieco.
Sei affanno, agguato, zuffa
appena che respiri.

da Affondi
Massimo, Eliana, ragazzi sul Tirreno, corpi affondati
      offerti
a dare luce alle meduse, nei loro bacini si rintanò
       sogliola,
alle ossa dei piedi s'allegò la madreperla che fiorisce in
       coralli,
dalla loro bocca l'ostrica succhiava sonno e avorio,
nel petto lo scorfano rosso baciava la piovra di sabbia,
nel cranio il cavalluccio marino ebbe la chiesa,
la navata nelle ossa parietali, nelle orbite i rosoni,
e le orate rubarono i capelli e dove c'era il sesso
il gas d'una sorgente d'aria calda soffiava bolle al cielo.

Ecco, è tutto per oggi. Vi posso lasciare magari della musica... ma non so, oggi non è uscito niente di bello. E allora vi lascio Umberto Maria Giardina, che a me piace molto.

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